Cannabinoidi, terpeni ed effetto entourage. La nostra farmacologia sta sbagliando approccio con la cannabis?

Cannabinoidi, terpeni ed effetto entourage. La nostra farmacologia sta sbagliando approccio con la cannabis?

Negli ultimi anni è esploso in tutto il mondo, Italia compresa, il mercato dei prodotti contenenti cannabidiolo, meglio conosciuto con l’acronimo di CBD. Sull’onda dei crescenti investimenti e del moltiplicarsi degli studi scientifici, il nome di questo cannabinoide si è rapidamente fatto strada nell’immaginario collettivo come un milleusi buono per qualsiasi evenienza: si va dalla cura della pelle al trattamento dell’epilessia, passando per i più casalinghi utilizzi antinfiammatori, analgesici e miorilassanti.

Al di là delle diverse destinazioni d’uso, peraltro influenzate almeneno in parte dalle normative delle varie nazioni, quello che è interessante notare è il crescente interesse della ricerca scientifica attorno a questa molecola. Ci si è resi ben presto conto, che a fronte del notevole numero di persone che riscontrano effetti benefici imputati all’uso del CBD, il tentativo degli scienziati di classificare le caratteristiche farmacologiche di questo cannabinoide sembra trovate ancora alcuni ostacoli, cosa che contribuisce ad alimentare l’insofferenza di una parte della comunità scientifica, sempre più impaziente di definire le molteplici proprietà del fitocomplesso cannabico.

Formule chimiche di alcuni cannabinoidi.

Questo stallo potrebbe essere dovuto non soltanto agli ingiustificati ostacoli normativi che molte nazioni po gono al fiorire di nuovi studi sui principi attivi della canapa, m forse almeno in parte anche al modo in cui si sta impostando la ricerca farmacologica sulle proprietà terapeutiche della cannabis.

In campo medico la maggior parte della sperimentazione, attualmente, viene condotta studiando gli effetti della singola molecola. Questo approccio, secondo alcuni, tralascia di prendere in considerazione l’azione sinergica di ogni elemento con le altre molecole attive nella cannabis, ossia l’insieme degli altri cannabinoidi, dei terpeni e dei flavonoidi.

Si tratta del cosiddetto “effetto entourage”, per cui la combinazione dell’insieme delle sostanze attive nella cannabis arriverebbe a modificare significativamente l’azione dei singoli principi attivi, determinando una diversificazione degli effetti sul nostro organismo. Alcuni esperimenti sono già stati condotti per provare l’esistenza di questo meccanismo, tuttavia una consistente fetta della comunità scientifica è ancora scettica. Tutti concordano sulla necessità di ulteriori esperimenti per chiarire e circoscrivere l’eventuale portata di questo effetto.

Una delle tipologie di “cannabis terapeutica” disponibile in farmacia con ricetta medica.

Eppure quando si parla di cannabis terapeutica lo si fa sempre nei termini di singoli principi attivi, tant0 che, uno dei principali ostacoli alla ricerca individuati dagli scienziati è la scarsa reperibilità sul mercato di CBD farmacologicamente puro. Eppure potrebbe essere proprio la storia di un altro cannabinoide di sintesi, il Marinol (o Dronabinol). Nient’altro che un farmaco sviluppato negli anni ’80 che contiene molecole di THC sintetico in sospensione di olio di sesamo.

Secondo una ricerca pubblicata nel 2008 dal neurologo e ricercatore farmacologico Ethan Russo, il mancato effetto entourage sarebbe uno dei motivi per cui molti pazienti hanno riscontrato diversi problemi con l’uso del Marinol, in molti casi finendo con l’abbandonarlo o laddove possibile sostituirlo con terapie a base di cannabinoidi naturali, ritenute più bilanciate.

Ancora una volta, però, sull’argomento le opinioni della comunità scientifica sono contrastanti. Chissà se un eventuale cambio di passo sulla normativa che regola la ricerca sulla canapa non possa aiutare a dirimere una volta per tutte la questione, fornendoci un quadro più chiaro di quel che davvero succede quando l’organismo umano incontra la cannabis.

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